Omicidio di Fermo. Per Chimiary Chinyery Chiniere cittadinanza onoraria
di Doriana Goracci
venerdì 8 luglio 2016
Chinyery Chinyere Chimiary, come spesso accade non sappiamo quale nome è quello giusto, è quella ragazza vestita da sposa e poi da vedova, sempre in bianco, dalla pelle nera che ha detto "Chiedo che venga fatta giustizia, giustizia nel modo migliore per mio marito". Il 5 luglio 2016, Emmanuel Chidi Namdi di 36 anni, suo marito,è stato ucciso a Fermo per motivi razziali da Amedeo Mancini,di 39 anni, con unico precedente un daspo disposto dal questore di Ascoli Piceno e finito di scontare un anno fa.

Dicono che in Italia ormai sia completamente sola, non ha parenti, nessuno: ci siamo noi, vorrei che fossimo tutti cittadini alla pari con lei, anche se il suo destino terribile è ben lontano dal nostro. E' passata attraverso le stragi di Boko Haram in Nigeria, le botte e le torture della Libia, la traversata in mare verso l'Italia con una tremenda emorragia che le ha procurato un aborto. Era arrivata alla Comunità di accoglienza di Capodarco con il suo compagno Emmanuel Chidi Namdi.
Suor
Rita ha detto: «Abbiamo fatto in modo che qui non venissero separati perché la
nostra comunità è prettamente maschile ma siamo riusciti a tenerli entrambi.
Erano sconvolti da tutta la violenza subita in Nigeria e durante il viaggio in
Libia. Ora sognavano una vita semplice, serena».
Era dunque riuscita ad arrivare in Italia, dalla Nigeria,dove aveva
iniziato il corso di studi universitari in Medicina del secondo anno
(L'Università Politecnica delle Marche si è offerta di sostenere le spese
per gli studi di Medicina di Chynery) . Nella chiesa di San Marco alle Paludi,
a Fermo, don Vinicio Albanesi aveva unito in “promessa di
matrimonio”, non potendo sposarli per mancanza di documenti, Emmanuel Chidi
Namdi e Chinyery
Emmanuel.

Chiedo per lei, a Sergio Mattarella, la cittadinanza onoraria, e se l' Italia non vorrà farlo, possa il Vaticano, con papa Francesco, renderla sua cittadina.
Non
voglio aggiungere altro, in calce la sua intervista:
la storia di questi due ragazzi neanche i Fratelli Grimm avrebbero
potuto immaginarne una più crudele, pertanto la realtà abbia almeno questo
lieto burocratico umano fine.
Doriana Goracci
Dall' intervista a Chinyery di Repubblica
"Voglio
andare in carcere. Fatemi andare in carcere. Voglio guardare quell'uomo in
faccia, negli occhi e chiedergli perché? Perché mi hai fatto questo? ".
Conoscevate Mancini?
"Mai
visto in questi otto mesi, da quando siamo arrivati a Fermo. Eravamo usciti per
comprare una crema per il corpo. Passeggiavamo, quando all'improvviso quei
signori hanno cominciato a insultarmi. "Africans scimmia",
"africans scimmia". Mi ha preso, mi ha spinto, mi ha dato un calcio.
Emmanuel mi ha difeso. Quel segnale stradale l'ha preso l'uomo italiano, però,
poi lo ha colpito. Ed Emmanuel è
caduto per terra".
Perché eravate in Italia?
"Vivevamo in Nigeria. Ero studentessa al secondo anno di medicina, Emmanuel lavorava. Avevamo un bambino di due anni e mezzo. Avremmo dovuto sposarci, mancava meno di un mese. Poi una bomba di Boko Haram ha distrutto tutto. Volevano colpire una chiesa. Hanno distrutto anche la nostra casa: è morto il nostro bambino. Sono morti i genitori di Emmanuel. Non avevamo niente eppure avevamo tutto. In quell'istante abbiamo perso ogni cosa. Siamo scappati subito. L'Italia era un sogno, volevamo trovare tutto quello che avevamo perso".

Com'è stato il viaggio?
"Un
incubo. Quattro mesi passando da Niger e arrivando in Libia. Poi è accaduta una
cosa bella".
Cosa?
"Aspettavamo un bambino, il nostro bambino. Eravamo partiti da soli, senza nessun aiuto. E avevamo di nuovo trovato tutto: tutta quella fatica, tutto quell'orrore aveva una giustificazione. Lo stavamo facendo per il nostro bambino e per tutti gli altri che sarebbero arrivati. Non sapevamo che invece eravamo soltanto all'inizio".
Siete partiti?
"Siamo arrivati in Libia. Una notte sono entrati in casa degli uomini e
hanno messo tutto sottosopra. Hanno rubato e ci hanno picchiati selvaggiamente.
Io gridavo che aspettavo un bambino ma a loro non importava. Hanno continuato a
colpire. Sono andati via. E io ho cominciato a perdere sangue".
Siete partiti lo stesso?
"Sì.
E quelle perdite non si sono mai fermate. In mare sono durate quattro giorni.
Siamo arrivati in Sicilia e poi a Fermo".
Interviene
Filomena, che la accarezza. È stata la prima ad accoglierla insieme con le
Piccole sorelle Jesus Caritas, l'ordine che qui a Fermo ha costruito questo
miracolo: dare una casa, che significa la costruzione di un futuro, a questi
120 ragazzi che scappano dall'orrore: "Aveva l'emorragia anche quando è
arrivata qui. L'ho portata io in ospedale". Il bambino non c'era più.
"È difficile fidarsi di qualcuno per quelli come me. Poi ho incontrato Don Vinicio e le suore. Sono i nostri Santi".

Avevate un sogno?
"Volevamo
sposarci. Lo abbiamo ripetuto all'infinito. Ma non avevamo i documenti. E
allora Don Vinicio ha esaudito il nostro più grande desiderio".
Sul
telefonino ha tutti gli articoli che parlavano della loro storia: "La
favola di Chinyery ed Emmanuel, scappati da Boko Haran trovano l'amore in
Italia". L'amore Chinyery, l'amore.
"E invece ieri... Il dolore, ancora il dolore. Ora voglio portare Emmanuel in Nigeria, deve dormire lì (Chinyery ha chiesto di lavare tutto il corpo di Emmanuel e poi di bere quell'acqua)".
E lei?
"Io
invece voglio tornare in Italia a fare quello che avevamo deciso insieme: lo so
che gli italiani non siete così, questa è la nostra casa, ma spero che queste
persone abbiamo una sorta di punizione per quello che hanno fatto. Non può
rimanere tutto impunito. Non è possibile".
Arriva don Vinicio: "L'università di Ancona le ha offerto una borsa di studio per proseguire gli studi di Medicina".
"Ma a me serve Emmanuel. Dov'è Emmanuel? Non eravamo marito e moglie. Ma
molto di più: esiste qualcosa che non è possibile separare?", chiede.
Piange. Barcolla. A braccio la accompagnano nella sua stanza. Si alza quella
voce. Chinyery ha ripreso a cantare.